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Papillon: tipi e usi nel vestiario elegante degli italiani

Il papillon è un tipo di cravattino tradizionale che ultimamente sta passando di moda nell’abbigliamento di tutti i giorni; si tratta di un fiocco da inserire nella parte inferiore del collo o in altre zone prossime; i papillon moderni sono legati utilizzando un nodo chiamato anche nelle sartorie “nodo di prua”. Il papillon è quindi un nastro di tessuto legato attorno al collo di una camicia in modo simmetrico in modo che le due estremità opposte formino dei cappi.

Tipi di papillon

Ci sono generalmente tre tipi di papillon: il pre-legato, il fermaglio e la cravatta.

I papillon pre-legati sono cravatte in cui il caratteristico arco è cucito su una fascia che gira intorno al collo; alcuni utilizzano il “clip-on”, altri modelli invece si agganciano direttamente al colletto. Il tradizionale papillon, costituito da una striscia di stoffa che chi lo indossa deve legare a mano, è anche conosciuto come un papillon che si fissa dietro come cravattino.

I papillon possono essere fatti di qualsiasi materiale in tessuto, ma la maggior parte sono fatti di seta, poliestere, cotone o una miscela di tessuti. Alcuni tessuti (ad es. Lana o velluto) sono molto meno comuni per i papillon che per le ordinarie cravatte a quattro mani. Riguardo al materiale con cui sono fatti questi capi di abbigliamento è vero che il materiale tradizionale è il tessuto ma ultimamente stanno emergendo (e stanno ricominciando a essere usati, forse perché escono in questo modo fuori dallo schema “tradizionale”) anche papillon di legno alla moda per matrimoni, feste, eventi particolari (e quindi si perde una parte dell’identità di questo capo vestiario ma dall’altra parte si conserva l’uso tradizionale come simbolo di eleganza alle feste o eventi speciali) e addirittura si sente parlare di “papillon in vetro”.
In realtà ci sono anche altri materiali non convenzonali che stanno avendo successo mentre il “tradizionale” tessuto perde sempre più terreno.

Gli italiani ed il papillon nel vestiario

La cravatta a farfalla è in Italia associata strettamente ad un abbigliamento massimamente formale. È considerata un indumento indispensabile nella tenuta a smoking o frac. Altro uso tipico è quello associato ad abbigliamento da cameriere da serata di gala. Nell’immaginario collettivo, oltre a questi riferimenti, la farfalla è associata all’abbigliamento tipico di particolari professioni, quali l’architetto o il professore universitario, ma ciò non ha, o ha perso, un riscontro nella realtà. La cravatta a farfalla risulta di assai raro uso in situazione meno formale, in semplice alternativa alla cravatta e, oggi, ha un sapore démodé; i giovani tuttavia stanno apprezzando i nuovi modelli per nulla tradizionali come i papillon di legno e di altri materiali non convenzionali per i papillon classici.

La conciatura delle pelli: dal medioevo sino ai giorni nostri

Di fatto la necessità di conciare una pelle, di renderla perciò imputrescibile, è un problema affrontato dall’uomo già agli albori della sua storia. Infatti i primi uomini non conoscendo la tessitura si coprivano, come risaputo, con pelli degli animali cacciati, che presentavano però l’inconveniente di dare origine a fenomeni putrefattivi dopo qualche tempo.

La storia della conciatura delle pelli

Per dare una spiegazione alla scoperta della possibilità di conciare le pelli si pensa che, casualmente, qualcuno dei nostri antenati abbia gettato delle pelli scuoiate all’interno di uno stagno o una pozza d’acqua, e di ritrovarle ancora intatte e indurite dopo qualche giorno. Ovviamente questo fatto ritrova un riscontro scientifico in quanto, all’interno di una pozza d’acqua e/o stagno, si può creare una situzione tale per cui in esso vi sia presente un’elevata quantità di tannini naturali provenienti dalla decomposizione delle foglie di alberi che vi sono cadute dentro (il tannino è una sostanza conciante). Ecco quindi che partendo da questo presupposto si può arrivare a capire come l’uomo sia riuscito ad affinare le proprie abilità di conciatore, e quindi di produttore di cuoi, fino ad arrivare all’età medioevale, periodo durante il quale nasce “l’arte della concia” come molte altre arti(si veda il significato storico di arte come mestiere). La concia è una vera e propria arte dunque che si sviluppa contemporaneamente sia in Italia che in Spagna, che in vari altri paesi, seppur con metodologie differenti, a partire dal Medioevo.

La conciatura delle pelli nel medioevo

Specificamente per l’Italia quest’arte ha uno sviluppo rilevante attorno al 1300 circa nella zona della laguna di Venezia, per poi estendersi ad altri centri del nord. Il metodo allora utilizzato per conciare le pelli aveva una durata lunghissima che poteva essere anche di qualche mese, con il tempo però si cercherà di diminuire questo periodo ricercando dei metodi di concia più rapidi, come si vedrà in seguito. Ovviamente il mestiere del conciatore non va localizzato solamente in queste aree della penisola, anche se questi sono stati i centri principali in cui questo fenomeno si è sviluppato.

Alcuni centri importanti oltre alla laguna veneziana furono, per esempio: Vicenza, Bassano del Grappa, e altri paesi limitrofi, di cui si parlerà successivamente, come ad esempio Arzignano. Nelle due città appena citate l’arte della concia ha avuto modo di svilupparsi grazie alla grande quantità di acqua disponibile, infatti, la maggior parte delle operazioni che portano alla trasformazine della pelle in cuoio, ne comportano un grande utilizzo. Nella città di Vicenza, per esempio, sono presenti due importanti corsi d’acqua: il fiume Bacchiglione e il fiume Retrone sulle cui sponde si svolse per molto tempo l’attività della concia. Una delle novità nella lavorazione del cuoio risalente al 1700 circa è dovuta alla scoperta del modo di ottenere dei cuoi scamosciati.

La concia delle pelli per l’abbigliamento nel 1700

Fra il 1700 e il 1800 cominciano a comparire nel paese di Arzignano i primi centri per la concia dei cuoi della zona, tale fenomeno è dovuto alla posizione stessa della cittadina, infatti, essa è situata nell’alta valle del Chiampo (fiume che attraversa Arzignano e che prende nome da un paese confinante) e per questo è ricca di salti d’acqua e rogge a corso rapido, che permisero la movimentazione dei mulini per la macinazione delle materie concianti(fino ad allora era usata la polvere ottenuta dalla macinazione del “sommaco veneto” o della ghianda che contengono un’elevata percentuale di sostanza tannica).
Nel secolo scorso

Durante questo periodo nasce anche la necessità di trovare un metodo di concia del cuoio sufficientemente veloce o che comunque permettesse di diminuire la durata dei trattamenti. Una risposta effettiva a questo problema è stata data nei primi anni del 1900 con la scoperta della possibilità di utilizzare un minerale particolare, e cioè il cromo esavalente (Cr6+ ottenuto con un metodo di cui si parlerà in seguito). L’effetto che questo minerale provocava sulla pelle era quello di renderla un cartoccio di colore verdognolo, che anche se non presentava delle caratteristiche adatte ad essere commercializzato, in quanto era troppo duro e rigido, aveva comunque il pregio di poter essere prodotto in poche ore. Partendo dunque da questo risultato iniziale, i conciatori riuscirono, nella zona di Arzignano, a modificare la tecnica conciaria in modo tale da evitare questo effetto di “accartocciamento” della pelle, e di produrre cuoi con caratteristiche meccaniche superiori rispetto a quelli conciati al naturale e in minor tempo, per la concia al Cr6+ bastavano infatti circa 4 ore, rispetto agli svariati giorni necessari per la produzione di cuoi con l’ausilio dei tannini.

La conciatura delle pelli per l’abbigliamento dal 1900

Durante tutto l’arco del 1900 si assistette poi ad un miglioramento dell’industria conciaria anche dal punto di vista meccanico, che porta all’introduzione di nuovi macchinari nel processo produttivo del cuoio, fra cui importantissimi sono i “bottali”. Tali macchinari di cui si parlerà estesamente più avanti, permettererono di velocizzare di molto i processi lavorativi. Durante il periodo del boom economico italiano, fra il 1960 e il 1980 circa poi, il paese di Arzignano diventerà un vero e proprio polo conciario a livello mondiale, con un elevata produzione di cuoio per mezzo di raffinate tecniche, più o meno complesse, di cui si parlerà più avanti.

L’abbigliamento, la nobilità ed il femminismo degli anni 60′

In molte società, le persone di alto ceto sociale indossano speciali capi d’abbigliamento o per decorazione per sé stessi come proprio status symbol. In tempi antichi, soltanto i senatori Romani potevano indossare vesti tinti con porpora di Tiria.; soltanto altolocati capi Hawaiani possono indossare mantelli di piume e palaoa o denti di balena intagliati. Sotto il regno Travancore di Kerala (India), le donne di basso ceto devono pagare una tassa per il diritto di coprire la parte superiore del corpo. In Cina prima della proclamazione della repubblica Cinese, solamente l’imperatore poteva vestirsi di giallo. In molti casi durante tutta la storia ci sono stati sistemi elaborati di leggi riassuntive per regolare chi poteva indossare determinati abiti. Nelle altre società (compreso quelle più moderne), nessuna legge proibisce alle persone di basso ceto d’indossare abiti di ceto alto, ma l’alto costo in effetti ne limita l’acquisto e l’esposizione. Nella moderna società occidentale, soltanto i ricchi possono permettersi l’alta moda. Il pericolo di ostracismo sociale può anche limitare la scelta degli abiti.

Facendo riferimento in particolare agli anni Sessanta l’abbigliamento assume una grande carica simbolica in relazione al nascente fenomeno del femminismo. Se la minigonna esprime la libertà femminile, il diritto di mostrare e gestire autonomamente il proprio corpo, il diritto di non essere discriminate da una società maschilista si manifesta nell’atteggimento e nell’abbigliamento (jeans, ma non solo), da parte di molte donne, specialmente giovani.

Le origini del femminismo: nella seconda metà del 1700?

Una delle prime sostenitrici dell’emancipazione femminile è Olympe de Gouges (1748-1793) che, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 1791, dedicato a Maria Antonietta, pose la società a lei contemporanea di fronte al ruolo negato nello spazio pubblico alle donne. La de Gouges scontò il suo moderatismo politico filo-monarchico e girondino (fu denunciata dalle donne repubblicane di Parigi) finendo sulla ghigliottina nel 1793. Accanto a lei operò in difesa dei diritti delle donne Etta Palm d’Aelders di origine olandese, figura ambigua di femminista e spia al servizio degli Orange e della Francia rivoluzionaria.

In quegli stessi anni, nel 1792, l’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) scriveva nella sua A Vindication of the Rights of Woman (Rivendicazione dei diritti della donna) che “è ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne – è ora di restituirle la dignità perduta – e di far sì che esse, in quanto parte della specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo”.

Nata in una famiglia povera, la Wollstonecraft aveva studiato da autodidatta e si era resa economicamente indipendente. Comprese subito la grande importanza che la Rivoluzione francese poteva assumere per lo sviluppo dell’eguaglianza sociale e civile dei cittadini, difendendola nella sua A Vindication of the Rights of Men dagli attacchi del reazionario connazionale Edmund Burke e stabilendosi, alla fine del 1792, proprio in Francia. Qui convisse con lo scrittore e patriota statunitense Gilbert Imlay, dal quale ebbe una figlia, Fanny Imlay. Lasciata dal precedente compagno, ebbe una relazione con William Godwin e morì dando alla luce la futura scrittrice Mary Shelley. A causa della sua condotta di vita, per quanto possibile libera dai pregiudizi dell’epoca, lo scrittore Horace Walpole la definì «una iena in gonnella».

Le rivendicazioni della Wollstonecraft potevano corrispondere ai principi della rivoluzione guidata dalla borghesia francese. Secondo la Wollstonecraft solo le donne della classe media potevano elevarsi dalla condizione di subordinazione in cui erano tenute da un’educazione improntata sui falsi valori maschili, secondo i quali la donna sarebbe stata «naturalmente» inferiore all’uomo. Un’eguale educazione impartita fin dall’infanzia, senza distinzione di sesso, avrebbe invece eliminato alla radice tale problematica.

Le tematiche dell’emancipazione sorsero, quindi, proprio nell’Inghilterra della Gloriosa rivoluzione e del parlamentarismo, negli Stati Uniti che si erano emancipati dalla madre-patria e avevano formulato la prima dichiarazione dei diritti dell’uomo inserita nella stessa dichiarazione d’indipendenza, e nella Francia, che aveva ripreso quella dichiarazione nel momento di dar vita alla grande Rivoluzione contro l’Ancien Régime.

La psicologia delle donne: quali sono i “caratteri psicologici femminili”?

Benché il comportamento maschile e femminile sia fortemente influenzato dall’educazione e dalla socializzazione di genere, alcuni tratti caratteriali sembrano più specifici di uno dei due generi.

Questi tratti non sono esclusivi di un genere, ma solo predominanti, e legati a caratteristiche psicologiche determinate dal ruolo biologico nel processo di riproduzione. Gli attributi più specifici della donna sarebbero: l’accoglimento, la ricettività, l’altruismo, la tenerezza, l’empatia, la sensibilità, la delicatezza, la pazienza, la comprensione e la collaborazione.

Il femminile accoglie ciò che è, senza giudizio, come la madre accoglie suo figlio e lo ama per come è. Ella lo nutre senza attesa di ricompensa, gratuitamente e generosamente. Le qualità del femminile appaiono dunque l’amore, l’unione, la fusionalità, la generosità, la tenerezza, la compassione.

Il femminile è inoltre l’energia della vita. Nella gravidanza la donna accoglie la nuova vita dentro di se, e vi si offre senza far intervenire la propria volontà, in un’esperienza di abbandono alla corrente della vita.

Elementi di femminilità nell’uomo invece, così come di mascolinità nella donna, sono spesso considerati in maniera negativa a causa della loro contraddizione dei ruoli di genere tradizionali. È uno stereotipo che gli uomini omosessuali tendano ad essere molto effeminati, benché questo non sia sempre il caso. La cultura delle drag queen, spesso associata all’ostentazione dell’omosessualità, rende la femminilità maschile un aspetto desiderabile.

I caratteri fisici femminili: quali sono per davvero, sempre che esistano?

 

Alcune caratteristiche fisiche femminili vengono descritte da alcune ricerche, in un contesto eterosessuale, come elementi centrali per sentirsi sedotti. Queste ricerche rilevano che molti uomini eterosessuali risultano attratti da una pelle liscia come quella dei bambini, occhi grandi e naso e mento piccolo, oltre ad un rapporto addome/anche di 0,7. Tuttavia esistono differenze culturali in queste preferenze fisiche. Tali studi sono stati talvolta considerati come prova che questi siano indicatori evoluzionari della fertilità femminile, ma si tratta di speculazioni non provate.

Lunghe ciglia e voci a tono alto possono essere considerati altri segni di femminilità nella cultura occidentale.

Tra gli attributi prevalenti di femminilità, in differenti tempi e culture, si possono citare:

Il seno come carattere fisico della femminilità: un seno ampio, mostrato da un décolleté pronunciato, è considerato un segno di femminilità nella cultura occidentale. Tale segno di femminilità può essere acquisito artificialmente anche tramite chirurgia plastica (mastoplastica).

Corsetti e femminilità: all’inizio del XX secolo, in Europa e negli Stati Uniti, le donne indossavano corsetti che ne limitavano i movimenti e causavano una serie di problemi di salute, tra cui mancanza di respiro, atrofia della muscolatura della schiena, e difficoltà nel parto. La vita sottile è sempre stata importante nella storia dell’attrazione erotica, in parte perché è una caratteristica tipicamente adolescenziale, e quindi è collegata con la verginità. Tuttavia la vita sottile dà anche idea di fragilità e di sottomissione. Fin dall’epoca greca si riteneva infatti che la colonna vertebrale non potesse reggersi se non con un’accurata fasciatura, e sappiamo che fino al secolo scorso nelle nostre campagne i neonati erano avvolti in bende strette, per raddrizzare la schiena e le gambe.

La femminilità ed i piedi piccoli come caratteristica fisica: nella Cina imperiale, piedi artificialmente deformati tramite fasciatura (definiti loto d’oro) erano una caratteristica femminile altamente erotica e desiderabile, associata nel confucianesimo alla sottomissione caratteriale della donna. Anche in Occidente il piede piccolo è considerato bello, basta pensare alle ballerine o alle scarpe con i tacchi a spillo, che causano un’andatura oscillante ed hanno la punta. Si consideri anche la fiaba di Cenerentola, originaria della Cina.

I tacchi alti sono veramente un’espressione di femminilità? Nella cultura occidentale moderna, la femminilità è spesso legata all’indossare calzature con tacchi alti. Il disagio associatovi è scontato dall’effetto visivo dell’allungamento delle gambe, al fine di rendere la figura più sottile.

La donna dai caratteri fisici femminili è una donna magra? diverse donne occidentali riducono l’assunzione di cibo nello sforzo di raggiungere l’idea di un corpo attrattivamente magro. Ciò può condurre in casi estremi a disordini dell’alimentazione quali anoressia e bulimia. L’industria della moda è sovente criticata per il fatto di proporre un modello di magrezza irrealistica e insalubre.

La femminilità e gli anelli da collo nel mondo: in parti dell’Asia e dell’Africa (popolazioni Kayan), gli anelli al collo hanno un significato di femminilità, talvolta lasciando chi li indossa dipendenti dal proprio marito.
Mutilazioni genitali femminili: in ampie parti dell’Africa subsahariana, la femminilità di una ragazza è tradizionalmente legata ad aver subito una dolorosa ed insalubre operazione di riduzione chirurgica degli organi sessuali esterni, denominata infibulazione.

Conclusioni: esiste la femminiltà?

Stabilire cosa sia femminile e cosa no è in parte moda in parte scelta del tempo, non eistono caratteri fisici predefiniti, eccetto forse quelli meramente secondari dovuti al diverso sviluppo del corpo in uomini e donne.

« (…) dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità. La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico? Basta una sottana a farla scendere in terra? Benché certe donne si sforzino con zelo di incarnarla, ci fa difetto un esemplare sicuro, un marchio depositato. Perciò essa viene descritta volentieri in termini vaghi e abbaglianti, che sembrano presi in prestito al vocabolario delle veggenti. Al tempo di S.Tommaso, la donna pareva un’essenza altrettanto sicuramente definita quanto la virtù soporifera del papavero. Ma il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono nell’esistenza di entità fisse e immutabili che definiscano tali caratteri, come quelli della Donna, dell’Ebreo, o del Negro; esse considerano il carattere una reazione secondaria ad una situazione. Se oggi la femminilità è scomparsa, è perché non è mai esistita (…) »
(Simone de Beauvoir)

La condizione delle donne nella storia: cronologia e schema

Le donne sono state spesso discriminate in molte culture del mondo che riconoscevano loro capacità e ruoli limitati alla procreazione e alla cura della prole e della famiglia.

La condizione delle donne nella preistoria

Nelle società di caccia e raccolta mentre l’uomo aveva il ruolo di cacciatore, la donna accudiva i figli e procurava prodotti commestibili raccogliendoli. Secondo alcune teorie si ritiene che le donne possano aver inventato l’agricoltura.

La condizione delle donne nell’età antica

In un primo momento nelle civiltà mesopotamiche (Egitto, Persia, Assiria, Babilonia) la donna aveva una posizione molto elevata all’interno della società. In questi luoghi è stato presente anche il matriarcato ma poi, con l’ascesa delle monarchie militari, persero di prestigio e si iniziarono a formare i ginecei, dai quali le donne non potevano uscire e dove non potevano vedere nessun uomo ad eccezione degli eunuchi e del proprio marito.
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La condizione delle donne nella Grecia classica

Nella Grecia omerica la donna veniva rispettata, ma nell’età di Pericle la donna ricca era tenuta in casa, mentre le donne povere erano costrette a lavorare e quindi avevano una certa libertà.

In occasione dei Giochi Olimpici alle donne non era nemmeno permesso di avvicinarsi al perimetro esterno del santuario, pena la morte. Nella società greca alle donne era vietato assistere a qualsiasi manifestazione pubblica, oltre che praticare qualsiasi attività sportiva. Ciò conferma la condizione di inferiorità a cui era soggetta la donna nella società greca, molto diversa, ad esempio, dalla condizione di relativa emancipazione di cui godeva la donna nel mondo romano.

Secondo un’antica tradizione si diceva addirittura che, se mai una donna avesse praticato una qualche attività sportiva, grandi sventure sarebbero arrivate in seguito a tutto il genere femminile.

In Grecia esistevano le donne ritenute serie (che dovevano stare in casa a far figli, ed erano sottomesse agli uomini), e le etere (“compagne”), che potevano accompagnarsi agli uomini e forse potevano anche gareggiare. Il tragediografo Euripide, ad esempio, fa dire a Medea, nella sua omonima tragedia:

“… l’uomo, quando si è stufato di vivere con quelli di casa, se ne va fuori e pone fine alla nausea che ha in cuore, recandosi da un amico o da un coetaneo. Noi invece siamo obbligate a guardare a un’unica persona. Dicono che noi trascorriamo la vita senza rischi in casa, mentre loro combattono con la lancia, ma si sbagliano: vorrei essere schierata in battaglia tre volte, piuttosto che partorire una sola volta!”. – (Traduzione: Galasso-Montana).

Ecco un’altra citazione tratta, sempre da Euripide:

“… e primamente, poi che donna che in casa non rimane, mal faccia, o no, pur mala voce ha sempre, io dell’uscir lasciata ogni vaghezza, chiusa dentro mie soglie ognor mi stava, né d’altre donne il favellio faceto v’ammettea, paga di guidar con buona e savia mente le domestich’opre; …”. – (Andromaca nelle Le Troiane Traduzione di Felice Bellotti).

La condizione della donna nella Roma antica

A Roma la donna fu considerata quasi pari all’uomo, ad esempio entrambi i genitori avevano pari obblighi nei confronti dei figli e la donna poteva accompagnare il marito ad una festa, a patto che mangiasse seduta e non sdraiata come era norma per gli uomini. Non mancarono tuttavia le limitazioni poste dal diritto romano alla capacità giuridica delle donne: esse non avevano il ius suffragii e il ius honorum, ciò che impediva loro di accedere alle magistrature pubbliche. Nel campo del diritto privato era inoltre negata alle donne la patria potestas, prerogativa esclusiva del pater, e conseguentemente la capacità di adottare. Il principio è espresso per il diritto classico dal giurista romano Gaio nelle sue Istituzioni: Feminae vero nullo modo adoptare possunt, quia ne quidem naturales liberso in potestate habent. Sempre da Gaio apprendiamo che alle donne, con l’eccezione delle Vestali, non era consentito in epoca risalente di poter fare testamento. tale ultima limitazione venne però abrogata già in epoca repubblicana.

La condizione della donna nel medioevo

Il Cristianesimo impose la sottomissione della donna all’uomo, ma la considerò importante in quanto doveva crescere spiritualmente i figli.

Con l’arrivo dei barbari Franchi e Longobardi in Italia, la condizione della donna peggiora. Essa è infatti un oggetto nelle mani del padre, finché questi non decida di venderla ad un uomo.

Con l’inquisizione la donna viene ritenuta un rappresentante del Diavolo sulla Terra (le cosidette streghe), capace di trarre in inganno l’uomo spingendolo al peccato in qualsiasi modo.

Tuttavia, dopo il 1000, con l’avvento del dolce stilnovo, la donna viene angelicata e considerata un tramite tra Dio e l’uomo.

La condizione della donna nell’età moderna

Le Dichiarazioni dei diritti americana e francese avvieranno la donna verso l’emancipazione.

La condizione della donna nell’età contemporanea

Le donne, con manifestazioni femministe, ottengono un iniziale ma progressivo cambiamento verso la parità dei sessi.

Il primo traguardo importante è il conseguimento del diritto di voto per il quale si batterono le suffragette. In seguito ai conflitti mondiali le donne, che avevano rimpiazzato i molti uomini mandati al fronte sul lavoro, ottennero maggiori ruoli in società e possibilità lavorative fuori dalla famiglia. Altri traguardi importanti sono stati: la possibilità del divorzio, la legalizzazione dell’aborto e l’indipendenza economica.

Oggi la donna nella civiltà occidentale è considerata pari all’uomo dal punto di vista giuridico; al contrario in paesi non occidentali (per esempio nei luoghi accesi dal fondamentalismo islamico) è ancora ritenuta un essere inferiore.

Elenco tipi di cuoio per scarpe e vestiti: le basi dell’abbigliamento

Il cuoio è stato utilizzato fin dall’antichità per costruire giacigli e oggetti di abbigliamento.

Il cuoio è il materiale ricavato dalla pelle degli animali la quale, in seguito ad un processo denominato “concia”, viene resa inalterabile e non soggetta a putrefazione.

Viene impiegato per la realizzazione di calzature, selleria, borse o altri oggetti.

I primi a impiegare il cuoio per compiere decorazioni furono gli Arabi, che insegnarono i loro procedimenti nella lavorazione agli Spagnoli. Questi fabbricarono i cuoi di Cordova decorati con rilievi su fondi d’oro, cesellati e dipinti, che furono usati per le tappezzerie, legatoria, fodere per sedili.

In Italia, durante il Rinascimento, il cuoio fu usato anche negli arredamenti o nei pannelli murali oppure per la legatoria dei libri. Con i cuoi bulinati, stampigliati e impressi in oro si cominciarono ad usare anche cuoi lavorati in altri modi: intarsiati, martellati, damascati, sbalzati.

Dal XVIII secolo in poi, cominciò a diffondersi il cuoio Marocchino, un tipo di cuoio di capra conciato con galla e colorito dalla parte del fiore, usato maggiormente per proteggere scrivanie, cofanetti preziosi oppure mobili in genere.

Principali tipi di cuoio usati per realizzare vestiti nel mondo:

  • Cuoio bulgaro (o anche cuoio di Russia) un cuoio conciato al vegetale, che presenta un odore particolare grazie ad un olio etereo della corteccia della betulla
  • Marocchino
  • Cuoio bollito, cuoio che si otteneva da pelli bovine, che venivano riscaldate in una miscela di cera, gomma, resina e colla (questo cuoio, con il procedimento a caldo, diveniva molle e modellabile ed era utilizzato per fabbricare astucci, foderi, borse)
  • Pelle Connolly
  • Cuoio in crosta, cuoio conciato e essiccato.
  • Cuoio cilindrato, cuoio lucidato e cilindrato utilizzato per le suole delle scarpe
  • Cuoio maschereccio, cuoio di bovino pesante, conciato con allume e poi finito con sego, oli e grassi (è usato per le bardature e per articoli vari di selleria)
  • Cuoio grasso, cuoio molto ingrassato conciato al vegetale, adoperato per le valige e per le calzature da lavoro
  • Cuoio rigenerato